Pembrokeshire Coast Path, Galles
- 31 mag
- Tempo di lettura: 11 min
Tappa 1
Amroth - Manorbier
Si pensa sempre alla partenza come a qualcosa di leggero, quasi liberatorio.
In realtà, il primo giorno di cammino, raramentese se non mai, assomiglia a questo.
C’è sempre una parte di me che va avanti e un’altra che resta indietro.
Un’oscillazione psico-fisica che ingloba pensieri, emozioni e movimenti interiori, mentre l’anima è già comoda e a suo agio sul sentiero.
Il Pembrokeshire Coast è l’unico parco nazionale costiero del Regno Unito che con le sue scure scogliere vulcaniche, incide con inchiostro nero, un confine indelebile tra la terra e l’Oceano Atlantico.
Il piccolo villaggio di Amroth sancisce l’inizio dei 299 chilometri di sentiero che mi spingeranno fino alle coste del Galles del nord.
Mentre stringo gli spallacci dello zaino e muovo i primi passi, penso a quanto il partire mi riporti sempre a quella affascinante e al contempo sottile fiducia verso l’ignoto: sia quello che mi abita, che quello al quale vado incontro, ogni volta.
E’ così che vivo i primi passi dei miei cammini in solitaria, come l’incontro con parti di me ancora sconosciute che mi accompagnano alla scoperta di nuovi continenti ancora inesplorati della mia anima.
La solitudine è la più grande, sottovalutata ed evitata opportunità di incontrarsi.
Oggi è un costante e inesorabile sali e scendi ma dalla cima delle scogliere posso ascoltare le onde dell’Atlantico che si infrangono nelle grotte marine sottostanti.
Poesia per il cuore e per la mente.
La gratitudine, oggi, è la vera protagonista.
Tappa 2
Manorbier - Castelmartin
Sul sentiero ci sono tratti in cui non riesci a vedere cosa ti aspetta dopo.
I costanti sali e scendi delle scogliere, i boschi fitti, le salite verso il cielo… e l’orizzonte a tratti sembra scomparire.
Ed è lì che la mente inizia subito a fare ciò che le piace di più in assoluto: anticipare.
“E se fosse troppo dura?”“E se stessi sbagliando strada?”“E se non riuscissi ad arrivare?”
Quante volte ci capita nella vita.
L’ignoto attiva qualcosa di molto profondo dentro di noi: non è solo paura, è spesso il bisogno di sapere prima, per poter avere tutto sotto controllo, per il bisogno di sentirsi al sicuro, dentro ad una bolla fintamente inaccessibile.
Così la mente incomincia a riempiere gli spazi vuoti, a costruire improbabili scenari, ad immaginare infinite possibilità, provando a proteggerci anticipando tutto.
Ma invece di proteggerci ci limita e ci sabota.
E nel farlo ci porta lontanissimo dall’unico posto e tempo che possiamo davvero abitare: adesso.
Temiamo il non conosciuto e l’imprevisto come se fossero gli eterni nemici da combattere fino a sconfiggerli.
Trascorriamo ore, giorni e anni nella convinzione di poter trovare il modo per evitarlo o per domarlo.
Ma la vita è fatta di molti più imprevisti che di certezze.
Se ci basassimo solo sugli imprevisti, sulle incertezze e sulle paure, saremo… e siamo destinati a realizzare poco o nulla di ciò che desideriamo.
Se invece facciamo il primo passo, la cosa “peggiore” che ci potrebbe succedere sarebbe quella di scoprire che non c’è nulla da temere, che le nostre paure, in fondo, sono in realtà i compiti a cui siamo chiamati, sono le terre in cui l’anima si incarna per approdarvi e abitare.
Oggi il mio corpo, passo dopo passo, inizia a insegnarmi qualcosa di archetipico: che esiste una forma di fiducia che non nasce dal controllo ma dall’affidarmi alla mia esperienza, ricordandomi ancora una volta, per mezzo del sentiero, che molte cose che ho temuto, nella mia vita, le ho già attraversate in passato e che lo farò anche oggi.
E ancora domani.
Tappa 3
Castelmartin - Angle
Ci sono giorni in cui la fatica non arriva dal sentiero.
Arriva dalla mente.
Questo perché spesso non soffriamo tanto per ciò che sta accadendo ma per il racconto che la mente costruisce su ciò che accade.
E quel racconto, molte volte,non è realtà.
È paura travestita da verità.
Oggi sul tratto di costa tra Castlemartin e la baia di Angle il sentiero sembrava meno una traiettoria da seguire e più una negoziazione continua con qualcosa di invisibile ma estenuante: il vento!
Più il vento aumentava, più il mio corpo cercava controllo.
Spalle tese, mandibola stretta, passi brevi per non perdere l’equilibrio.
Ma il controllare significa perdere l’equilibrio.
Restare stabili, sul sentiero come nella vita, richiede esattamente il contrario: micro-oscillazioni, adattamento, disponibilità a perdere continuamente un assetto definitivo.
La vita spesso sembra cambiare pressione atmosferica e lo fa senza avvisare.
Ciò che siamo chiamati a cambiare è la prospettiva il che si traduce nel passare dalla “perdita di equilibrio”, alla perdita dell’illusione che nella vita si possa rimanere fermi.
Il vento, come la tempesta, non arrivano necessariamente per abbatterci o distruggerci.
La violenza con cui il vento mi sposta mi basta a ricordarmi che il controllo è un accordo precario col mondo.Non dobbiamo eliminare il vento.Dobbiamo sviluppare una muscolatura emotiva capace di oscillare senza vivere ogni oscillazione come una minaccia identitaria.
Il sentiero oggi mi ha costretto per ore e ore ed insegnato a restare presente a me stessa.
Nessuna ruminazione lunga possibile: una raffica bastava a riportarmi nel corpo e il corpo, quando è obbligato all’attenzione, interrompe molte narrazioni catastrofiche.
Quando tornerò ad essere stabile?
Forse la domanda andrebbe riformulata.Non “come faccio a non perdere l’equilibrio?”, ma “come faccio a fidarmi del fatto che posso ritrovarlo mentre mi muovo?”
Il vento del Pembrokeshire oggi mi ha insegnato questo: l’equilibrio non è immobilità.
E’ smetter di controllare.
E’ smettere di interpretare ogni sbandamento come fallimento.
Tappa 4
Angle - Sandy Beach - Marloes
Quando cammino per molte ore da sola arriva un momento in cui il silenzio fa emergere ciò che la mia anima è pronta a guardare.
Lungo il sentiero di Sandy Heaven, oltre il fitto bosco di conifere, il mare sembra non aveva fretta.
Respira lentamente contro le scogliere, come qualcuno che ha imparato a convivere con le proprie ferite senza doverle nascondere.
Ed è così che il rumore delle onde scava e smuove dentro di me un susseguirsi di infinite emozioni.
Il sentiero anche oggi mi insegna una verità pungente ma al contempo profonda: ciò che rifiutiamo resta fermo dentro di noi, ciò che attraversiamo invece si trasforma.
Le emozioni bussano alla porta del nostro corpo e della nostra mente per essere riconosciute.
Tristezza, malinconia, paura, rabbia, gratitudine, leggerezza…
Toc toc.
Il problema nasce quando proviamo a chiudere la porta.
Dobbiamo imparare a lasciarci attraversare: il che non significa arrendersi al dolore ma concedergli un passaggio dentro di noi.
Significa sederci accanto a qualunque ospite voglia entrare, senza giudicarlo subito, ma ascoltando cosa ha da dirci.
Significa accoglierlo al meglio delle nostre possibilità sapendo che nessun ospite resta per troppi giorni nelle stanze di casa nostra.
Spesso tratteniamo le emozioni per paura di dimenticare qualcosa o qualcuno ma solo riconoscendole e solo permettendo loro di manifestarsi, possiamo davvero comprendere la funzione che hanno nel nostro viaggio di vita per poi lasciarle andare definitivamente.
La tappa di oggi, oltre ai paesaggi da cartolina, mi regala l’incontro con Elizabeth, una donna di 91 anni che apre la sua casa ai camminatori del Pembrokeshire Coast Path.
Con il rossetto rosso fuoco, il marito John che parla da solo vagando nella villa con il girello e due meravigliosi cani wippet, Elizabeth racchiude in una corporatura consumata e spigolosa, l’essenza di una vita vissuta con amore, lo stesso amore che ancora pulsa nell’arredamento tanto incastonato nel tempo quanto curato in ogni dettaglio.
Tappa 5
Marloes - Newgale
Stamattina gli scarponi non sono all’ingresso dove li avevo lasciati ieri. Panico.
Quando scendo a fare colazione, Elizabeth mi dice che li ha trovati sparsi nel giardino: erano diventati i nuovi giochi dei due cani wippet!
Quando me li porge, per fortuna, vedo che sono intonsi. Un sollievo.
Oggi la pioggia decide di accompagnarmi come un compagno silenzioso ma ingombrante.
Non si tratta di quella pioggia minuta e innocua che lambisce appena la pelle ma di una pioggia insistente che mi obbliga a fare i conti con me stessa.
Mi chiedo spesso quanti dei nostri piccoli gesti quotidiani siano simili a questo: “camminiamo” nella vita cercando di restare asciutti, di proteggere ciò che riteniamo fragile, mentre il mondo insiste a ricordarci che nulla può essere completamente “asciutto” e “inviolabile”.
Ballo spesso sotto la pioggia durante i miei cammini, è un modo per prendere in giro il cielo e per perdere il maledetto controllo.
Perchè ho capito che in fondo, c’è qualcosa di terapeutico nel lasciarsi andare alla pioggia: ci insegna che le emozioni, come le gocce, non possono essere nè fermate nè controllate.
Possiamo solo accoglierle, sentirle scorrere e magari persino danzarci dentro.
E poi c’è anche quel senso sottile di leggerezza che arriva quando ci permettiamo di essere ironici con noi stessi.
Ed è così che oggi incontro ironia e pioggia: due potentissimi strumenti di resilienza.
Mi ci sono voluti anni e tanti chilometri per imparare ad amarle entrambe.
Ho compreso che una risata sotto la pioggia è un atto di ribellione gentile, un modo per dire a noi stessi: “va bene così, puoi non avere tutto sotto controllo”.
La pioggia oggi trapassa con nonchalance qualsiasi indumento in goretex indossi e arriva gelida alla pelle, ai muscoli e al cuore.
Nessuna costosa giacca può resistere alla pioggia del Regno Unito, ormai l’ho compreso, ma quella stessa poggia mi ricorda che anche nei momenti più grigi, possiamo scegliere di danzare, scegliere di ridere, scegliere di trasformare la vulnerabilità in leggerezza.
Domani però, caro sole, non fare il timido.
Tappa 6
Newgale - St. David (la città più piccola del Regno Unito)
Oggi in diversi tratti del sentiero il cammino si apre all’improvviso sull’oceano mentre tutto diventa smisurato: i profili delle scogliere nere, le onde che si scagliano spumeggianti e il cielo gallese così vasto da diventare indifferente alla mia presenza.
C’è una sorta di magnifica indifferenza della natura verso la nostra ossessione all’essere utili e produttivi.
Quanto è difficile per noi esseri umani del XXI secolo tollerare l’idea di rallentare fino a fermarci.
Tollerare quel momento in cui non si produce nulla di visibile, in cui non si risponde ad uno stimolo, non si organizza, non si ottimizza il tempo, non si è utili a niente e a nessuno.
Attribuiamo troppo spesso all’azione e al movimento una superiorità morale.
Come se ci garantissero automaticamente valore: il
nostro.
Se produco, esisto.
Se servo, valgo.
Se mi fermo, invece, spreco tempo.
Come se l’immobilità fosse una colpa morale e non una necessità dell’anima, qual è.
Il Pembrokeshire oggi mi insegna un sapere antico: le pecore sdraiate nei campi, le rocce erose lentamente dal sale, le onde ostinate che ripetono lo stesso gesto da secoli.
Nulla qui ha fretta di dimostrare il proprio valore e neppure ne è interessato.
Credo esista un modo di abitare il mondo senza dover continuamente giustificare la propria presenza “facendo” e “producendo”.
Perchè fermarsi non significa perdere tempo o valore.
Significa semmai restituirlo alla vita, che dovremo ricordarci più spesso, essere una soltanto.
Tappa 7
St. David - Trefin
Da qui in avanti, inizia la parte più selvaggia e remota della costa gallese e di tutto il Pembrokeshire Coast Path.
Non solo non ci sono più vie di fuga dal sentiero ma non si incontra più anima viva.
Anche gli uccelli sembrano voler evitare questo lembo di terra lontano da tutto.
Ad un certo punto prendo consapevolezza del fatto che siamo rimasti io e l’oceano.
Mentre il silenzio mi sovrasta.
Per la prima volta dalla partenza cambia anche la brughiera: diventa più aspra, più selvatica, e lascia spazio a nuovi colori, tra cui un arancione cangiante che emerge nella pioggia.
Con la pioggia ipnotica che scende senza sosta, mi accorgo che ci sono tratti della tappa in cui la mente si fissa.
Sulla fatica e sulla noia.Come quando c’è qualcosa che hai la sensazione che vorresti “togliere” immediatamente perché ti infastidisce.
Ed è lì che parte il pensiero automatico:
“Non devo pensarci.”“Devo distrarmi.”“Devo liberarmene.”
Ma sul cammino, come nella vita, più proviamo ad evitare il pensiero e più lui torna, ancor più forte e invadente.
Per far capire come funziona la mente lo dico spesso ai miei pazienti: “non pensare a un elefante.”
E l’elefante arriva subito, materializzandosi sotto forma di immagine bella nitida nella mente!
Non soffriamo solo per i pensieri che abbiamo ma sopratutto per la lotta costante che ingaggiamo contro alcuni pensieri che vogliamo tenere lontano.
Più proviamo a negarli e a mandarli via, più i pensieri prendono spazio.
Camminando, questo vagare della mente si può sentire in modo molto concreto.
Se durante una salita compare il pensiero “non ce la faccio”e subito dopo inizio a combatterlo, a convincermi che non dovrei sentirmi così o che non dovrei avere questo pensiero, ecco che la fatica, matematicamente, aumenta.
Innanzitutto perché mi focalizzo su quel pensiero e poi perché opponendo resistenza non faccio altro che dargli potere.
Il cammino è una buona occasione per allenarsi all’esperienza che non tutto ciò che appare nella mente va eliminato.
Dobbiamo allenarci a lasciarci attraversare dai pensieri, senza giudicarli.
Cosi facendo smettiamo di dare loro il potere.
La libertà mentale non è avere una mente vuota, è imparare ad osservare i pensieri senza giudicarli.
Tappa 8
Trefin - Fishguard
Alle 7 quando suona la sveglia sta ancora piovendo.
Apro la tenda del lucernario della camera e il cielo ha lo stesso colore dell’intonaco.
Grigio.
Faccio colazione con calma e aspetto a partire perché voglio provare a fidarmi delle previsioni.
Alla fine la pioggia la scampo ma il vento mi bastona tutto il giorno senza tregua.
Nel primo pomeriggio sono costretta a deviare verso l’entroterra perché cammino troppo vicina alle scogliere e il vento continua a spostarmi improvvisamente: voglio arrivare a fine tappa senza “graffi”.
Il vento mi porta via senza pietà anche gli occhiali da sole.
Per fortuna a Fishguard dove dormo ne trovo un paio di battaglia nella farmacia del paese.
Le case, il porto, i segni della vita quotidiana dopo ore di natura assoluta mi sembrano una nota scordata sui tasti del pianoforte.
Stremata dai 31 km, i 1.080 metri di salite e le raffiche di vento fino a 80 km/h, quando arrivo al B&B la proprietaria capisce che sono italiana e mi attacca un pippone senza fine sul Bel Paese.
La stanza è al 3 piano. Mentre faccio 6 rampe di scale rido per non piangere.
Non sento neppure più i 10 kg sulle spalle.
Allarmante.
Però: che incredibile panorama sull’Oceano dalla mia finestra gallese!
Tappa 9
Fishguard - Newport
Al mio risveglio il sole splende: è proprio vero che il sole cuce un filo invisibile tra noi e la felicità.
“You did my day!”
Oggi la giornata, ancor più che il sentiero, la fa l’incontro con Joseph.
Mentre bevo un caffè in un bar sperduto della costa gallese incontro un uomo di 71 anni che, come direbbe Jung - è il saggio nel deserto - mi pone una domanda essenziale: “tutta la tua vita è in quello zaino?”.
È una domanda straordinariamente simbolica.
Perché ogni cammino costringe a confrontarsi con il peso reale e simbolico di ciò che portiamo.
Lo zaino è l’identità condensata: ciò che scegliamo di salvare, ciò che riteniamo indispensabile ma anche ciò che non riusciamo ancora a lasciare.
A settant’anni si sviluppa uno sguardo capace di vedere immediatamente il nucleo delle cose.
Joseph non mi chiede “dove vai?” ma “quanto della tua vita stai portando con te?”.
È una domanda sull’essenziale.
L’invecchiare credo contenga una sapienza specifica: quella della sottrazione.
Nel raccontargli poi che cammino per incontrare le mie parti, mi chiede quale di queste abbia incontrato oggi.
Ho 49 anni gli rispondo.
Sono felice e grata di invecchiare perché questo vuol dire che sono ancora viva. Ma so anche che sono oltre la metà del mio tempo qui.
Da giovani spesso viviamo nella fantasia di poter trascendere i limiti corporei; col tempo il corpo smette di essere un semplice veicolo e diventa interlocutore.
Nella seconda metà della vita, ed io mi ci trovo, non siamo più chiamati a conquistare il mondo ma a sviluppare una relazione consapevole con ciò che ci abita. Comoda o scomoda che sia.
Suggestivo che io abbia incontrato Joseph (mi dirà alla fine di essere un giornalista e uno scrittore) sulla costa.
Coste, confini, sentieri, sono tradizionalmente spazi trasformativi.
La costa è il punto in cui terra e mare si toccano senza mai fondersi del tutto: esattamente come coscienza e inconscio.
E forse l’invecchiare, nel senso più profondo, è imparare ad abitare quella costa.
Non irrigidirsi nella terra ferma dell’identità ma restare sulla soglia, onorando l’anima.
Tappa 10
Newport - St. Dogmaels - Cardigan
Il primo è l’ultimo giorno di cammino sono sempre magici e portano con sé la circolarità: la gioia della partenza e la gioia del ritorno.
Oggi per paradosso è anche il giorno di maggiore solitudine di tutto il cammino.
Amo il silenzio del sentiero e ho imparato ad ascoltare il mio.
Vorrei dedicare quest’ultimo giorno di cammino a tutte le persone che mi scrivono dicendomi che non hanno il coraggio, che avrebbero paura, che non potrebbero mai camminare da soli, che non avrebbero la forza…
A tutte queste persone vorrei dire: sono esattamente le stesse considerazioni con cui sono partita, un giorno d’estate, 15 cammini fa.
Dobbiamo ricordarci due cose: che i limiti sono nella mente, che mente, e che solo l’azione porta cambiamento.
Quindi l’importante è fare il primo passo, mettendo in conto che si è sempre liberi di tornare indietro in qualsiasi momento.
Per esperienza ho visto poche persone tornare, me compresa.
Qualsiasi sia il cammino che dobbiamo iniziare: sul sentiero come nella vita, partiamo.
“Rischiamo” di scoprire che il coraggio lo avevamo sempre avuto solo che non lo avevamo ancora abbracciato.
Quindi lasciamo la mente a casa e partiamo con il cuore.
Lui, bussola infallibile, ci sa portare oltre ogni confine e limite.
Crediamogli.
Crediamo in noi stessi.

























































































































































































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